Header Ads

Jacopo Piccinino l'ultimo Condottiero dei bracceschi

  

“Huomo veramente di virtù di guerra pari a Nicolò Picinino suo padre, e da essere d’animo paragonato a Braccio, s’egli già per la sua gran bravura e felicità d’imprese, quasi spaventevole a tutti, e sempre auttore di turbar la pace, consumate in danno suo tutte l’amicitie, non s’havesse affrettata la morte.” Paolo Giovio 

Jacopo o Giacomo nasce a Perugia nel 1423, secondo figlio del condottiero Niccolò Piccinino e Gabriella di Bartolomeo Sestio.
Come il fratello maggiore Francesco e l’ultimogenito Angelo, seguì già in giovanissima età il padre nel mestiere delle armi raccogliendone l’eredità alla sua morte nell’ottobre 1444.

Già prima della morte del padre, nel 1440, si distinse ancora diciassettenne, quando fu mandato a Bologna, a sostituire per alcuni mesi il governatore.
Seguì il padre al fianco di Alfonso d’Aragona partecipando nella guerra di successione al Regno, entrando con il nuovo re a Napoli il 26 febbraio 1443.
L’anno successivo sarà impegnato insieme al fratello nella disastrosa campagna nelle Marche condotta contro Francesco Sforza, riuscirà a rientrare a Milano preservando l’integrità della compagnia per vedere il padre pochi giorni prima della sua morte.

In seguito alla morte del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, e l’instaurazione della Repubblica Ambrosiana si trovò al fianco di Francesco Sforza nella difesa della neonata repubblica.
Angelo, il più giovane dei fratelli Piccinino, morì nei pressi di Piacenza nell’estate del 1447 nella difesa del castello di Vianino. Dopo la vittoria di Caravaggio contro i veneziani del 14 settembre 1448, Jacopo iniziò a trattare segretamente con la repubblica Ambrosiana per escludere lo Sforza. Sforza che solo pochi giorni passò al servizio di Venezia. I Piccinino in un primo tempo rimasero fedeli allo Sforza per poi tradirlo passando al servizio della repubblica milanese nel maggio del 1449.

Francesco Piccinino morì di idropisia il 16 ottobre dello stesso anno, mentre la città veniva stretta dall’assedio dello Sforza, portando nel marzo 1450, Francesco Sforza e la moglie Bianca Maria al titolo di duchi di Milano.
Jacopo ultimo della dinastia di condottieri dei Piccinino rimaneva al servizio di Venezia e del re di Napoli, fomentando una guerra di confine tra il ducato e i fuoriusciti favorevoli alla repubblica.

Nel maggio del 1453 il Piccinino ereditò la carica di capitano generale della repubblica di Venezia, con uno stipendio di 120.000 ducati, il più alto mai ottenuto da un condottiero in Italia. Comando che però non avrebbe potuto esercitare vista la sospensione della guerra in Lombardia in seguito alla caduta di Costantinopoli. Liberato dagli impegni con Venezia contattato da fuoriusciti senesi offrisse il suo sostegno militare ai fini di un rovesciamento del regime a Siena. Nel 1455 dopo una prima fase vittoriosa il Piccinino inseguito dagli sforzeschi si dovette rifugiare a Castiglione della Pescaia, terra controllata dal re di Napoli.

Lo stesso re di Napoli dopo aver riportato il condottiero e la sua compagnia presso la città partenopea, ne favorì l’impiego in una spedizione contro Sigismondo Malatesta, signore di Rimini. La campagna nel riminese fu inconcludente e nel 1458 dopo la morte di re Alfonso prima e Papa Callisto III poi permisero al Piccinino di rivolgere la sua attenzione verso quelle terre che erano state del padre.
Senza colpo ferire conquistò prima Assisi a cui seguirono le città di Gualdo, Bevagna e Nocera. D

alla sua base nelle terre un tempo paterne, fu coinvolto come possibile forza militare in appoggio al tentativo di riforma antimedicea, poi fallito, capeggiato a Firenze da Girolamo Machiavelli. Il fronte compatto presentato dalle potenze della Lega, e in particolare dal nuovo papa Pio II e dal nuovo re di Napoli Ferrante d’Aragona, convinse Jacopo a lasciare Assisi dopo soli cinque mesi.

L’avventura umbra del Piccinino dura pochi mesi e ritrovandosi ormai contro tutta la Lega italica decide di sostenere la riconquista del regno di Napoli da parte di Giovanni d’Angiò, figlio del deposto Renato, appoggiato da una coalizione di potenti baroni del Regno come il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Partendo da Bertinoro in Romagna nel marzo 1460 sconfiggeva a luglio presso San Flaviano l’esercito di Federico da Montefeltro, complicando ulteriormente la posizione degli aragonesi che avevano ottenuto poco prima una pesante sconfitta a Sarno ad opera di Giovanni d’Angiò che riuescì quasi a far prigioniero Ferrante d’Aragona.

Nell’autunno del 1460 fu l’istigatore o il sostenitore di vari focolai di rivolta negli Stati della Chiesa, a cominciare dall’insurrezione guidata da Tiburzio Masci, nipote di Stefano Porcari, a Roma, poi a Tivoli e nella Campagna Romana e ad Ancona. La scelta di Giovanni d’Angiò di non dirigersi decisamente verso Napoli marcò tuttavia l’inizio del declino delle fortune angioine nel Regno.
Ne segue una campagna che vede il Piccinino su diversi fronti quello militare nel sud Italia e quello politico a  sostegno delle rivolte anti-sforzesche nel piacentino.

La campagna militare del Piccinino viene compromessa con la pesante sconfitta subita in Puglia, presso Troia il 18 agosto 1462, che lo costringe alla fuga riuscendo a stento ad evitare la cattura.

Riparatosi in un primo tempo a L’Aquila il Piccinino prende contatto con Alessandro Sforza per passare al servizio del duca di Milano. Il Piccinino ottenne la carica di viceré degli Abruzzi, uno stipendio di 90.000 ducati annui. A sigillo di questa alleanza il duca gli promise in sposa la figlia Drusiana Sforza, con una dote di 25.000 ducati e la restituzione dei feudi lombardi che furono del padre. Nell’agosto del 1464 Jacopo, senza la compagnia, entra a Milano e completò il matrimonio con Drusiana.

Nei mesi seguenti il Piccinino fu invitato da Francesco Sforza a riconciliarsi con il re di Napoli, arrivato a Napoli il 4 giugno del 1465 fu accolto calorosamente dal re che poi lo imprigionò con la scusa di una tentata congiura ai suoi danni. 

Come dice Cristoforo Soldo nella sua Cronaca “Et interim il Conte Jacopo entrò in Napoli, al quale fu fatto per quel Re degli onori, che fecero i Giudei al Nostro Signore Gesù Cristo la Domenica d’Ulivo e poi il presero e il misero in croce. Così fece quel Re.”

Nello stesso momento il duca di Calabria Alfonso si muoveva con le sue truppe per disperdere la compagnia del Piccinino acquartierata presso Sulmona.

 Il 12 luglio fu comunicata la notizia della morte di Jacopo, a causa di una frattura dovuta ad una caduta durante un tentativo di fuga dalla finestra della sua cella in Castelnuovo

Nonostante le rimostranze dello Sforza, rimane comunque il dubbio che lo stesso Sforza fu partecipe del tranello che portò poi all’assassinio del Piccinino.

Drusiana Sforza partorì a Sulmona il 27 luglio 1465 l’ultimo figlio, postumo, che prese il nome Giacomo Niccolò Galeazzo, ma il bambino non sopravvisse oltre i sei mesi.
Gli altri figli in parte dimorarono a Perugia e in parte seguirono il mestiere delle armi, senza raggiungere particolare rilievo. Le truppe braccesche si dispersero e molti dei loro componenti si arruolarono in altre compagnie di armati

Acquista Roberto Sanseverino il libro di Eugenio Larosa

Powered by Blogger.